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Una narrazione dedicata alla coltivazione dei mitili nel Mar Piccolo (TA) e scandita da fotografie e testi. La fotografa entra nella vita degli allevatori di “cozze nere” accompagnandoli nei diversi passaggi del loro complesso e duro lavoro; ne descrive modi, tempi, luoghi, emozioni e speranze. Un racconto da cui emergono gli elementi unici della tradizione tarantina e, inoltre, osservazioni riguardo la situazione socio-ambientale del Mar Piccolo | 2020

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Progetto di Pamela Barba
Fotografie e testi di Pamela Barba
Presentazione di Pio Tarantini
Progetto grafico Federica Giudici

 

Libro 21 x 21 cm
56 pagine
Carta patinata 210 gr
Costo 20,00 €

MITILICOLTURA TARANTINA

Oro nero

 

PIO TARANTINI

L’oro nero di Taranto e il bianco e nero di Pamela Barba

 

Taranto è una città molto bella che ho scoperto un po’ meglio in anni recenti e rappresenta più di molte altre città meridionali le contraddizioni socio-economiche e ambientali di un Sud che non solo non riesce a superare l’antico divario con il resto del Paese ma che negli ultimi anni, in seguito alla globalizzazione e alla crisi economica internazionale ha visto addirittura aggravarsi la sua condizione. Il Sud, come avvenne negli anni Sessanta, non è un paese per giovani: i pochi segnali di rinnovamento strutturale che arrivano da alcune preziose iniziative imprenditoriali non riescono a fermare l’emorragia di giovani che si spostano verso il Nord o all’estero, in un esodo massiccio e trasversale che include in toto il mondo del lavoro giovanile, dai giovani operai ai laureati. I paesi del Sud tornano così a spopolarsi: i centri abitati, soprattutto quelli piccoli, diventano tristi residenze di anziani che con le loro pensioni e i loro risparmi consentono a figli e nipoti un tenore di vita ancora apprezzabile ma sostanzialmente basato su queste rendite e risparmi.

Taranto, come è noto, vive ormai da lungo tempo la dolorosa vicenda della vecchia Italsider, l’acciaieria più grande d’Europa, ‘cattedrale nel deserto’ come si diceva negli anni Sessanta, che alla città ha fornito, insieme a un considerevole benessere economico derivato dall’opportunità di migliaia di posti di lavoro, anche il triste primato di un inquinamento incontrollato, facendo entrare in un conflitto che pare insanabile gli interessi economici e quelli della salute.

Mi sono permesso questa digressione introduttiva generale sulla città perché, parlando di qualsiasi attività che riguardi la vita di Taranto, non si può prescindere da alcuni parametri fondamentali che la caratterizzano: la sua bellezza, naturale e urbanistica, la sua storia che affonda le radici nella Magna Grecia, e la grande industria che la domina.

Nella sua storia però ‒ una storia potente da molti punti di vista inclusi quelli artistici ‒ è radicata anche l’esperienza di una tradizione produttiva unica nel suo genere: l’allevamento di “cozze nere”, i comuni mitili, così diffusi e apprezzati nell’area mediterranea e che vengono prodotti in molti altri importanti siti costieri ma che a Taranto, in virtù della particolare conformazione geografica del territorio assumono un valore e una tradizione particolare. La città infatti, fondata su una isoletta ‒ l’attuale centro storico, magnifico e degradato ‒ che unisce due lembi di territorio, si stende attorno a due grandi anse praticamente chiuse, una sorta di laguna che ‒ oltre che rendere suggestivo il paesaggio ‒ costituisce l’ambiente ideale per la coltivazione dei mitili.

Pamela Barba, brava e impegnata fotografa nata e vissuta a Ceglie Messapica ‒ un centro non distante da Taranto ma situato nell’entroterra della penisola pugliese, tra i due mari, lo Ionio e l’Adriatico ‒ ha realizzato un lavoro fotografico dedicato proprio alla coltivazione dei mitili. E lo ha realizzato secondo ritmi e modi del reportage classico, senza concedere nulla alla spettacolarità, puntando alla narrazione che, grazie anche ai testi che accompagnano le sue fotografie, diventa quasi didascalica, secondo la migliore tradizione giornalistico-documentaria.

Pamela entra nella vita degli allevatori di mitili accompagnandoli nei diversi passaggi del loro complesso e duro lavoro; ne segue e descrive modi, tempi, luoghi, emozioni, considerazioni e speranze, in un lavoro a tutto tondo che alla fine produce, sullo spettatore e lettore, la sensazione di aver imparato davvero molto su questa antica e non comune pratica produttiva. Un lavoro fotografico, dunque, utile in tempi in cui anche nel reportage fotografico pare prevalere l’aspetto spettacolare, che colpisca lo spettatore per l’originalità della visione.

Pamela racconta un mondo poco conosciuto della produzione marinara mediterranea con le sue fotografie in discreto bianco e nero e con metodo quasi di antica tradizione antropologico-scientifica.

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